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ROMA - Per la seconda volta in soli due anni, la Commissione Diritti Umani del Senato punta il dito contro i Centri di identificazione ed espulsione, già definiti nel 2012 "peggiori delle carceri". Il nuovo Rapporto sui Cie in Italia della Commissione presieduta dal senatore Luigi Manconi stabilisce che sono "al di sotto degli standard di dignità" e li definisce "centri chiusi verso l'esterno, strutturalmente afflittivi, spesso inadeguati nei servizi offerti e con scarsi mezzi di gestione".

Oltre 150 pagine d'inchiesta. Oltre centocinquanta pagine di analisi e resoconti delle ispezioni condotte nel corso di un anno su Bari, Roma, Torino, Trapani e Gradisca d'Isonzo, restituiscono una fotografia ancora più cupa della situazione nei Cie, nonostante in due anni il numero di centri operativi sia sceso da 13 a 5.
Inutili e molto costosi. Dai dati emerge che sono strutture inutili, visto che riescono a rimpatriare solo lo 0,9% degli stranieri irregolari presenti sul territorio, mentre costano, si stima, almeno 55 milioni l'anno. Ma non ci sono cifre certe sulle risorse che lo Stato investe nei Cie. La stima che viene riportata è dell'associazione Lunaria, indice del fatto che neanche il Parlamento riesce a sapere dalla pubblica amministrazione quanto costano esattamente fra spese di gestione, di manutenzione e di impiego delle forze dell'ordine. Un dato significativo contenuto nel rapporto è quello sul Cie di contrada Milo a Trapani. E' stato aperto nel 2012 e fino al 2013 la prefettura ha speso quasi due milioni di euro in manutenzione ordinaria e straordinaria. Le fughe dalla struttura sono state 800 nel solo 2013.

Gli sprechi. L'attuale reclusione fino a un anno e mezzo è un altro spreco, in attesa che passi anche alla Camera la riduzione a 90 giorni già approvata dal Senato. Per identificare una persona, dice chiaramente il rapporto basandosi su fonti di polizia, bastano 45 giorni. Oltre questo lasso di tempo, è praticamente impossibile portare a termine l'identificazione. L'Italia ha una collaborazione con Egitto e Tunisia in base ad accordi risalenti al 2007 e al 2011 e rapporti con Nigeria e Algeria. Inutile costruire Cie a centinaia e centinaia di chilometri di distanza dalle rappresentanze consolari che devono effettuare il riconoscimento delle persone. Questo rende ancora più difficile e lunga la procedura di identificazione, come sarebbe nel caso riaprisse la "guantanamo" italiana a Palazzo San Gervasio .   

Rimpatriato solo il 50% dei trattenuti. Nel corso di un anno i senatori hanno visitato i Cie in quel momento aperti a Roma, Bari, Gradisca d'Isonzo, Trapani e Torino. Di questi, solo quello di Gradisca è stato chiuso dopo numerose rivolte e la morte di un trattenuto nel corso di una protesta, gli altri funzionano ancora per un numero di irregolari davvero piccolo. Secondo i dati del Ministero dell'Interno, nel 2014, al 9 luglio, i trattenuti risultano essere 2.124, di cui 1.036 rimpatriati. L'uso dei pochi centri aperti è anche sottodimensionato: ci sono ancora 500 posti liberi, secondo quanto riferito dal ministro Alfano. Le cifre degli ultimi anni, riportate nel dossier, mostrano che almeno la metà dei trattenuti non viene rimpatriata.

Carcere duro solo per essere identificati. Non per avere commesso reati penali, ma solo per essere identificati ed espulsi, gli uomini e le donne reclusi nei Cie vivono una detenzione durissima, secondo la descrizione riportata dai senatori. A Bari c'è "un muro di cinta in cemento armato alto 6 metri che delimita l'area  -  si legge nel documento - C'è poi una barriera in vetro infrangibile alta 3 metri immediatamente a ridosso della struttura detentiva. Su tale area affacciano anche i cortili, chiusi dal lato esterno da una barriera in ferro alta 5 metri. In ogni stanza ci sono 4 posti letto. I quattro letti sono fissati al pavimento". Nel corso della visita, sono emerse situazioni molto critiche. "In generale si percepisce nel centro un clima di tensione molto alta e di forte chiusura verso l'esterno - scrivono i senatori -  La struttura è opprimente perché il tempo che i trattenuti trascorrono al di fuori delle sezioni detentive è ridotto al minimo. I farmaci, ad esempio, vengono somministrati da una piccola finestra sulla porta blindata. Attraverso quella stessa finestra i trattenuti fanno sporgere le sigaretta perché gli operatori possano accenderle, non essendo ammessi accendini e fiammiferi".

Abusi di psicofarmaci e divieti.  Ponte Galeria, il Cie della Capitale, "la richiesta di psicofarmaci è altissima. Non è possibile, per motivi di sicurezza, introdurre nel centro penne, pettini, libri con copertina rigida". La descrizione continua così: "gli alloggi consistono in camerate da 6 o da 4 letti, ancorati al suolo, le pareti esterne sono spesso scrostate. Nello spazio antistante i dormitori, c'è un tavolo di metallo con delle panche, sempre ancorati al suolo". A Gradisca d'Isonzo, "ogni modulo è recintato da alte pareti di plexiglas e coperto da reti metalliche ed è composto da 8 stanze con 8 posti letto ciascuno. Le stanze hanno le finestre sigillate e non permettono il ricambio d'aria. Anche i bagni sono ciechi e appaiono in condizioni igieniche precarie (ristagno d'acqua). L'unico arredo è costituito dal letto, fissato a terra. Nel centro è vietato l'uso di cellulari. Non sono ammessi giornali, libri, penne. La possibilità di movimento è ridotta al minimo".  Alta tensione, abuso di psicofarmaci, tentativi di fuga, numerosi atti di autolesionismo causati dalla sofferenza delle condizioni di reclusione, sono gli altri aspetti del sistema dei Cie denunciati dalla Commissione di Palazzo Madama.

Le storie. I senatori mettono in evidenza che la limitazione della libertà personale, in base alla Costituzione, deve essere regolata con leggi del Parlamento. Al contrario, l'ubicazione dei Cie, le strutture da utilizzare a questo scopo, e anche le regole all'interno dei centri, sono stabilite solo dal Viminale. In tanti poi finiscono al Cie senza che questo sia necessario. È questo il caso di molte collaboratrici domestiche e dei lavoratori che al momento del rinnovo del permesso di soggiorno non sono più in possesso di un contratto di lavoro valido. Alla scadenza del permesso di soggiorno, i lavoratori stranieri in quella situazione possono richiedere un permesso per attesa occupazione per un anno di tempo. David, incontrato dalla Commissione a Ponte Galeria, era stato fermato a Firenze al banco di un mercato in cui lavorava, e trovato con il permesso di soggiorno scaduto ma nel periodo di tempo previsto per l'"attesa occupazione", ma è stato portato ugualmente al Cie.  Una signora di nazionalità cinese sposata con un italiano aveva il permesso di soggiorno scaduto da oltre due mesi e per questo è stata portata al Cie. A Ponte Galeria è rimasta per 30 giorni perché il trattenimento è stato convalidato.

Le incongruenze. Sui Centri di identificazione e di espulsione, conclude la commissione, "sono emerse numerose e profonde incongruenze riguardo alle funzioni che essi dovrebbero svolgere, e ciò in ragione di rilevanti insufficienze strutturali, nonché di modalità di trattenimento inadeguate rispetto alla tutela della dignità e dei diritti degli interessati". Tra le criticità: il tempo vuoto, la fatiscenza degli alloggi, la carenza di spazi e di attività, l'insufficienza di mediazione culturale e legale.  
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© Riproduzione riservata 25 settembre 2014

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